Intervista con Elena Corsi , OtherSouls, 12 Luglio 2021


Tre domande a Nicola Dinoia, un artista in bilico fra Italia e Belgio



Qual è il percorso che ti ha portato a questo tipo di espressività?


Dopo anni in cui costruivo delle opere con materiali quali carta, tessuto, legno, lavori che richiamavano la pittura senza veramente essere dei quadri, ho iniziato veramente a dipingere quando sono arrivato in Belgio ad Anversa.

Grazie anche al clima favorevole e stimolante verso questo mezzo espressivo che si respirava nelle Fiandre, ho cominciato una serie di dipinti dal titolo “Reflected Landscapes”. In queste opere, celebravo e teatralizzavo il senso fondante della pittura stessa.

Mi interessava svelare la forza generatrice di questo medium attraverso la sua dialettica riflessiva e di riproduzione del reale. Questi lavori rappresentano situazioni surreali che vedono protagonisti animali e piante. Spesso si vedono anche delle tele( dei quadri dentro il quadro). In questi dipinti la pittura diventa una sorta di ‘fluido magico’, che straborda trasformandosi costantemente in oggetti ed elementi naturali in un gioco di riflessi fra dentro e fuori lo spazio pittorico. Nel periodo di permanenza nelle Fiandre ho iniziato anche a lavorare con la tecnica del Collage. Non è stato un caso, quasi sempre gli studi che precedono i miei dipinti sono fatti con questa tecnica. Nella serie di collage che ho chiamato come il celebre film di Hitchcock: Rear window, ho realizzato una successione di immagini rigorosamente basate sulle architetture che vedevo dalla mia finestra sul cortile della mia casa di Anversa. In questi collage i calanchi così come le montagne della pittura medioevale e rinascimentale, si assemblano ad edifici moderni ricreando stranianti paesaggi urbani.

Lo scrittore Franco Arminio nelle sue riflessioni parla delle costruzioni moderne delle nostre città come corpi estranei al paesaggio. Quello che ho fatto in questi lavori è modificare l’alienante paesaggio urbano che ci circonda quotidianamente riempiendolo di elementi estranei ad esso: ho tentato di conciliare quei “corpi estranei” a dei paesaggi per me familiari creando visioni stranianti, frutto del sogno e della nostalgia .

Il percorso che porta a Oasi


Il percorso che mi ha portato poi alla mia ultima serie di lavori Oasi 2020-21 è stata invece la mia permanenza di quasi 3 anni nel sud Italia.

Questi lavori per lo più su carta sono un po’ il frutto del mio ritorno al sud o almeno di quello che ho metabolizzato successivamente a quella esperienza.

Esperienza che definirei perturbante per le sensazioni intense che ho sentito vivendo e poi abbandonando quel territorio sublime e trascurato.

In questi dipinti metto in scena composizioni di tipici rifiuti urbani: elettrodomestici, sacchi di immondizia, vecchie automobili, cartoni e stracci in cui si nascondono a volte carnevalesche figure umane. Sono una sorta di oasi con oggetti e piante tra paesaggi desolati e metafisici. I cieli sono spesso inquieti e scuri premonitori di qualcosa di inaspettato.


In quale modo il tuo lavoro si lega alla letteratura?


Anche se non posso dire che un libro in particolare abbia ispirato direttamente il mio lavoro, le intense letture di autori come Calvino, Buzzati, Gunter Grass, Cormac McCarthy, Borges hanno aiutato a consolidare una certa mia sensibilità e un mio immaginario. Quello che mi colpisce di questi autori è il loro modo di trattare la realtà sempre sospesa e straripante di memoria.



Esiste un progetto futuro o una collaborazione in fase di sviluppo?


Appena la situazione si normalizzerà, vorrei organizzare una mostra ad Anversa, da tempo collaboro con uno spazio espositivo che si chiama La Situation , avendo vissuto lì molti anni, ho la fortuna di avere un pubblico che segue e supporta il mio lavoro.